Lipstick 50/75

Installazione – fotografia digitale – misure variabili

Lipstick 50/75 intende indagare la fragile linea di confine quale la nostra identificazione sessuale e la nostra ritenuta “immutabile” visione del proprio io all’interno delle categorie socialmente definite come: mascolinità e femminilità.
Quali sono da sempre i canoni che definiscono questi due “schieramenti” sul quale fin da piccoli siamo chiamati a costruire la nostra idea di identità e appartenenza? Ognuno di noi ha la propria idea di cosa dovrebbe essere maschile e cosa femminile, già questo dimostra come queste due etichette non siano altro che delle costruzioni sociali basate su elementi culturali, percorsi ed esperienze, ben diversi gli uni da gli altri.  Rispetto quindi a contesti plurimi, ci rendiamo conto che non vi entra in gioco nessun aspetto definito “naturale”, ma bensì tutta una rete di modelli basati su pratiche e comportamenti che appartengono alla sfera tradizionale di un determinato luogo.
Per noi oggi, mascolinità e femminilità, sono concetti dati quasi per scontati. Fin da bambini nasciamo e cresciamo con l’idea che questi facciano parte in maniera intrinseca e “naturale” del nostro io e che non ci sia distinzione tra questi e l’appartenenza sessuale. Ma cosa succede se chiediamo ad un uomo di mettersi un rossetto? Un gesto semplice all’apparenza ma con un potere di crisi molto forte. Il sol pensare di indossarne uno, anche solo per gioco, diventa una scelta complessa, molto difficile per alcuni. Questa pratica entra immediatamente in collisione con l’idea che hanno di loro stessi, minando la presunta mascolinità e quindi la visione sessualmente indirizzata che hanno di loro.
Questa domanda rivela quindi come un comportamento socialmente adeguato e l’appartenenza sessuale siano nella nostra società fortemente legati l’uno all’altra e come, all’incrinarsi del primo ne risulti una messa in fallo dell’altra. Siamo abituati a considerare quell’accessorio come un oggetto esclusivo di una sfera femminile e, per un uomo, porlo su di se vuol dire accettare che quella sfera entri all’interno della sua idea di riconoscibilità, sovvertendo quindi la sua visone del sé. Diventa chiaro come ad oggi la nostra presunta identità e appartenenza di genere siano intrinsecamente collegate ai modelli comportamentali e come, quindi, il nostro io non sia basato su di una conoscenza profonda del sé e della propria sessualità, ma su un modello sociale indirizzato e preconfezionato che pone dei canoni fissi di come dovrebbe essere un uomo e come dovrebbe essere una donna.
Lipstick, attraverso un gesto di scherzo, chiede ad ognuno di noi di mettersi in crisi, di riuscire a staccarsi, nella propria identificazione personale, dal teorema interiorizzato che vede la sovrapposizione e l’uguaglianza del modello culturale mascolinità – femminilità con la nostra collocazione sessuale e quindi identità di essere umano.
Settantacinque candidati sono stati interrogati chiedendo loro di mettersi un rossetto ed essere fotografati, di questi solo cinquanta hanno accettato. Che sia stato per gioco, che sia stato per consapevolezza effettiva, che sia stato per una minor o assente vergogna a mettersi in una condizione alterata, percepita in alcuni casi come di non appartenenza o semplicemente erronea, cinquanta persone hanno acconsentito a porre in discussione questa linea di confine tramite la propria bocca, mantenendo però un anonimato. Mentre quindi venticinque individui si sono completamente rifiutati gli altri hanno aderito all’esperimento ma con la sicurezza che la loro identità rimanesse celata. L’opera dimostra come, nonostante la propensione a porsi in una situazione che altera la propria immagine, molti di questi partecipanti, comunque, riconoscono in questo gesto, nell’infrangere la norma delle pratiche che definiscono “l’essere maschile” con un elemento che secondo questo schema appartiene alla femminilità, una vergogna, intesa probabilmente come crisi identitaria e sessuale.
Per questo motivo, come per loro con quest’azione sfuma e si liquefa il proprio sé, anche la fotografia, l’immagine stessa, da un certo punto in poi si dissolve, si apre, celando l’identità e sottolineandone la precarietà nel porsi in quella situazione. L’opera ha anche un passaggio a livello di resa d’immagine che va da alcune a bassa risoluzione ad altre con una qualità più alta, questa scelta è dovuta al pensiero che, durante la serie, come è cresciuto il lavoro è aumentata, e in alcuni casi diminuita, anche la consapevolezza (ed una maggior “nitidezza”) delle persone verso l’azione che stavano compiendo.

Lipstick